Il testo prende in considerazione l’assunto storiografico secondo cui il Regno di Napoli debba essere pensato come un’entità politica che in quanto erede diretta del più antico Regnum Siciliae (di cui in effetti conservava il nome), fosse caratterizzato da una sorta di continuità ideale, per cui per secoli nessuno avrebbe davvero pensato di poterlo sopprimere o sostituire con qualcos’altro. Al contrario, il saggio, prendendo le mosse da un caso relativo all’area delle Alpi Orientali, punta a sottolineare come soprattutto alla fine del Medio Evo fosse tutt’altro che infrequente – in molte parti d’Europa – che si mettessero apertamente in discussione le forme politiche ereditate dal passato. E il Mezzogiorno italiano (cioè lo spazio politico del Regno di Napoli) non fu affatto estraneo a queste propensioni. La tesi viene illustrata mostrando diversi esempi, in cui non soltanto attori esterni (o ostili) al Regno stesso poterono immaginare di alterarne l’identità e la configurazione, ma anche soggetti direttamente più coinvolti con le sue vicende poterono talora concepire idee o progetti essenzialmente eversivi. Dai papi (signori feudali del Regno), agli stessi sovrani, ai baroni, alle città, non mancarono in effetti casi in cui l’esistenza stessa del Regno in quanto tale (e la sua configurazione) poté essere più o meno apertamente contestata. Il Regno aveva naturalmente una sua solidità e continuità istituzionale. Ma ciò non lo metteva necessariamente al riparo dal fatto che quella realtà potesse essere in tutto o in parte soggetta a progetti alternativi, frutto di diverse percezioni e rappresentazioni di essa.
Alcune riflessioni su monarchia, baroni e città nel Regno di Napoli nel XV secolo: ideologie, percezioni ed auto-percezioni,
Francesco Somaini
2026-01-01
Abstract
Il testo prende in considerazione l’assunto storiografico secondo cui il Regno di Napoli debba essere pensato come un’entità politica che in quanto erede diretta del più antico Regnum Siciliae (di cui in effetti conservava il nome), fosse caratterizzato da una sorta di continuità ideale, per cui per secoli nessuno avrebbe davvero pensato di poterlo sopprimere o sostituire con qualcos’altro. Al contrario, il saggio, prendendo le mosse da un caso relativo all’area delle Alpi Orientali, punta a sottolineare come soprattutto alla fine del Medio Evo fosse tutt’altro che infrequente – in molte parti d’Europa – che si mettessero apertamente in discussione le forme politiche ereditate dal passato. E il Mezzogiorno italiano (cioè lo spazio politico del Regno di Napoli) non fu affatto estraneo a queste propensioni. La tesi viene illustrata mostrando diversi esempi, in cui non soltanto attori esterni (o ostili) al Regno stesso poterono immaginare di alterarne l’identità e la configurazione, ma anche soggetti direttamente più coinvolti con le sue vicende poterono talora concepire idee o progetti essenzialmente eversivi. Dai papi (signori feudali del Regno), agli stessi sovrani, ai baroni, alle città, non mancarono in effetti casi in cui l’esistenza stessa del Regno in quanto tale (e la sua configurazione) poté essere più o meno apertamente contestata. Il Regno aveva naturalmente una sua solidità e continuità istituzionale. Ma ciò non lo metteva necessariamente al riparo dal fatto che quella realtà potesse essere in tutto o in parte soggetta a progetti alternativi, frutto di diverse percezioni e rappresentazioni di essa.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


