La decisione di scrivere questo breve saggio nasce in un tempo quasi sospeso, in cui la libertà è continuamente celebrata e proprio per questo sempre meno interrogata. Un tempo in cui le democrazie occidentali, per decenni autorappresentatesi come la culla delle libertà costituzionali, vivono un progressivo restringimento degli spazi di conflitto e una normalizzazione dei dispositivi repressivi che intervengono selettivamente sulle forme del dissenso organizzato. Non si tratta soltanto di derive apertamente autoritarie, ma di un processo più sottile. In nome della sicurezza, dell’emergenza, della stabilità economica o della tutela dell’ordine pubblico, il diritto di protesta viene progressivamente limitato; la partecipazione collettiva regolata, filtrata, condizionata; la conflittualità sociale ricondotta entro confini sempre più angusti di accettabilità. Leggi sempre più repressive approvate da diversi Stati europei rappresentano un passaggio emblematico di questa tendenza, intervenendo sulla libertà di manifestazione, sull’inasprimento delle sanzioni e sulla criminalizzazione di pratiche di protesta che, in altri momenti storici, avrebbero costituito espressioni ordinarie della dialettica democratica. Parallelamente, paesi come gli Stati Uniti – a lungo investiti di una funzione simbolica di presidio delle libertà formali – hanno mostrato una crescente disponibilità ad affidarsi a leadership che, con sorprendente disinvoltura, relativizzano o deridono apertamente conquiste e valori democratici consolidati. Il linguaggio dell’eccezione, della forza, dell’uomo o della donna soli al comando non appare più come un’anomalia marginale, ma come una componente strutturale della competizione politica contemporanea. Le operazioni di tipo paramilitare condotte nel gennaio 2026 dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), sotto l’amministrazione di Donald Trump, nello Stato del Minnesota, costituiscono un segnale particolarmente evidente del progressivo logoramento degli istituti fondamentali dello Stato di diritto nelle democrazie occidentali. A ciò si aggiunge una dimensione geopolitica che incide direttamente sull’immaginario democratico. L’aumento degli interventi militari unilaterali sono un ulteriore sintomo di un graduale indebolimento degli istituti fondamentali del diritto internazionale e della cooperazione tra gli Stati. L’indifferenza, o la cauta ambiguità, di molti governi occidentali di fronte alla distruzione sistematica della vita civile in Palestina merita di essere nominata. Così come merita di essere nominata la strumentalizzazione dell’accusa di antisemitismo per delegittimare la critica verso politiche di occupazione militare e delle forme contemporanee di “colonialismo da insediamento” (Wolfe 1999). La libertà viene anche qui evocata come valore da difendere contro un nemico esterno, mentre si contraggono le possibilità di critica interna. Sembra dunque prevalere una logica che potremmo sintetizzare con una formula tristemente nota: “non disturbare il conducente”. Il conflitto è tollerato finché non interferisce con la traiettoria dell’ordine esistente; la critica è ammessa purché non diventi organizzazione; il dissenso è legittimo finché non si traduce in pratica trasformativa. Si tratta di una logica tipica dei regimi populisti e autoritari, ma che oggi opera spesso dall’interno delle stesse architetture democratiche e, paradossalmente, nel loro nome. Scrivere sulla libertà, oggigiorno, significa confrontarsi con una parola apparentemente inattaccabile. Essa non è soltanto un valore, ma un presupposto; è il fondamento indiscusso dell’ordine democratico, il criterio attraverso cui si legittimano decisioni politiche, riforme istituzionali, politiche economiche e persino conflitti armati. Ci si mobilita in suo nome; si restringono diritti richiamandola; si dichiarano guerre in sua difesa. La libertà, in epoca postdemocratica, è diventata la lingua franca della legittimazione del potere. Nell’ambito di questa ipertrofia discorsiva qualcosa si è però incrinato. Non si tratta banalmente del fatto che la libertà venga tradita o ipocritamente evocata. Il punto è più radicale: essa sembra aver cambiato funzione. Non è più, o non è più necessariamente, il linguaggio attraverso cui si mettono in questione i rapporti di dominio, ma tende piuttosto a operare come principio di giustificazione dell’esistente. Sopravvive come status giuridico, come cornice procedurale, come diritto formale, ma si separa progressivamente dalle condizioni materiali e collettive che rendono possibile la sua traduzione in emancipazione. Lo scarto tra ideale proclamato ed esperienza vissuta costituisce il terreno problematico in cui questo saggio è stato concepito. Quando le parole che sto digitando saranno pubblicate, la congiuntura sarà probabilmente mutata nei suoi dettagli, ma non – è lecito temerlo – nella sua sostanza. L’ordine neoliberale, oggi rideclinato in chiave neo-autoritaria, ha mostrato una straordinaria capacità di adattamento alle crisi che esso stesso contribuisce a innescare: crisi finanziarie, pandemiche, climatiche, geopolitiche. Ogni crisi produce restrizioni, riorganizzazioni, nuovi dispositivi di controllo, ma raramente mette in discussione la centralità della libertà come principio retorico. Al contrario, essa ne esce spesso rafforzata come parola d’ordine simbolica, almeno quanto negata nella pratica sociale. In questo scenario generale ho avvertito la necessità di una analisi critica che non sia diretta verso la libertà in quanto tale – conquista storica irrinunciabile e presidio fondamentale contro l’arbitrio del potere – ma piuttosto verso la sua trasformazione in “alibi”, inteso come dispositivo operativo, capace di rendere accettabili disuguaglianze crescenti, precarietà strutturali, responsabilità individualizzate e persino torsioni autoritarie, purché formalmente inscritte entro un linguaggio di diritti e di scelta. Interrogare la libertà significa sottrarre la democrazia alla sua riduzione procedurale e difenderla dalla sua stessa retorica. Se la libertà può essere invocata per giustificare la compressione del dissenso, la marginalizzazione del conflitto e l’indifferenza verso l’annientamento di intere popolazioni, allora diventa necessario riportarla sul terreno delle condizioni sociali e materiali che la rendono effettiva e non puramente formale. Solo sospendendo la funzione assolutoria della libertà diventa possibile ripensarla come capacità storicamente situata, inseparabile dal conflitto e dalle pratiche di trasformazione. L’idea che mi anima è quella di proporre un breve testo per la comunità degli studiosi critici, ma che non si collochi esclusivamente entro il perimetro ristretto del dibattito specialistico, affrontando tematiche tra l’altro non nuove e ampiamente discusse in ambito intellettuale e accademico. Per la sua natura posizionata, pur cercando di mantenere un linguaggio rigoroso e una prospettiva teorica esplicita, esso si rivolge anzitutto a quelle cittadine e a quei cittadini che, in contesti segnati dalla chiusura degli spazi democratici, dalla repressione del dissenso e dalla naturalizzazione delle disuguaglianze, continuano a ritenere possibile lottare per un orizzonte autenticamente libero; una prospettiva, dunque, che non coincida con la protezione astratta e declamata delle libertà formali, né con l’adattamento individuale a condizioni date, ma si fondi piuttosto sui valori sostanziali della democrazia, della giustizia, dell’eguaglianza e dell’autodeterminazione dei popoli. Rivolgersi a questi soggetti significa riconoscere che la riflessione critica sulla libertà, lungi dall’essere un esercizio ornamentale, è in realtà una pratica intellettuale che incrocia l’esperienza vissuta, misurandosi con la distanza tra promessa democratica e realtà sociale. L’obiettivo è dunque ambizioso: rendere visibili i meccanismi attraverso cui la libertà viene mobilitata come alibi; mostrare come tale configurazione disinneschi il conflitto e indebolisca le capacità collettive di trasformazione; restituire intelligibilità a esperienze di frustrazione, rabbia e sofferenza che troppo spesso vengono privatizzate o patologizzate. Se la sociologia conserva un compito pubblico, esso passa anche da qui; dal restituire storicità e politicità a concetti, come la libertà stessa, che l’ordine dominante tende a naturalizzare e depoliticizzare. A partire da questa diagnosi, il volume si sviluppa secondo una traiettoria analitica progressiva, costruita in modo da accompagnare il lettore dal chiarimento teorico del problema fino alle sue implicazioni più propriamente politiche. L’itinerario non procede per accumulo di temi contigui, né per giustapposizione di capitoli autonomi, ma secondo una logica cumulativa: ciascun passaggio prepara il successivo, precisa il lessico dell’argomentazione e contribuisce a spostare l’analisi dalla critica della libertà come categoria astratta alla comprensione delle forme storiche attraverso cui essa viene oggi riorganizzata, governata e neutralizzata. In apertura, il libro esplicita la prospettiva posizionale che ne orienta l’intero impianto. Non si tratta di una premessa ornamentale né di una dichiarazione metodologica separata dal resto del discorso, ma della chiave attraverso cui vengono lette tanto le metamorfosi della libertà quanto le condizioni differenziali del suo esercizio. Assumere la libertà come capacità socialmente mediata, storicamente prodotta e disegualmente distribuita consente infatti di sottrarsi sia alle letture puramente normativistiche sia a quelle riduzionistiche, ricostruendo il nesso tra struttura, storia e soggettività che il lessico liberale tende abitualmente a dissolvere. La prospettiva della positional sociology non resta quindi sullo sfondo, ma organizza dall’interno tutto il percorso del libro, rendendo intelligibile il passaggio dalla libertà come promessa emancipativa alla libertà come alibi dell’ordine esistente. La prima parte si concentra dunque sulla diagnosi teorico-critica del problema. Qui l’obiettivo è chiarire come la libertà sia divenuta, nelle postdemocrazie contemporanee, una categoria capace di legittimare l’esistente proprio mentre sembra continuare a parlare il linguaggio dell’autonomia, dei diritti e della scelta. Per fare questo, il volume torna innanzitutto sulla genesi moderna del concetto, ricostruendone alcuni passaggi decisivi e mostrando come la libertà sia stata progressivamente separata dalle condizioni sociali e conflittuali che ne avevano storicamente alimentato la densità politica. Su questa base diventa possibile mettere a fuoco uno snodo essenziale: il disaccoppiamento tra libertà ed emancipazione. È lì che la libertà, pur continuando a occupare il centro della scena discorsiva, cessa di funzionare come vettore di trasformazione e tende a riconfigurarsi come principio compatibile con la stabilizzazione del dominio. La seconda parte del libro sposta l’attenzione dai fondamenti teorici ai dispositivi sociali attraverso cui questa riconfigurazione si rende operativa. Se la prima parte chiarisce che cosa la libertà è diventata, la seconda mostra in che modo essa venga oggi mobilitata come tecnologia di governo. L’argomentazione si concentra qui sui meccanismi di responsabilizzazione, individualizzazione, moralizzazione e selezione che consentono alla libertà di non agire più come apertura di possibilità conflittuali, ma piuttosto come criterio di adattamento all’ordine. In questo segmento la nostra critica assume una tonalità più marcatamente sociologica: la libertà viene osservata nei suoi effetti concreti sulle condotte, sulle aspettative, sulle forme della sofferenza sociale, sui processi di interiorizzazione del vincolo e sulla legittimazione delle disuguaglianze. L’intento è di mostrare come la sua configurazione contemporanea funzioni in modo selettivo e differenziale, traducendo le asimmetrie strutturali in differenze di capacità, di merito, di resilienza e di attitudine. La terza parte porta infine a compimento il movimento complessivo dell’analisi, interrogando il rapporto tra libertà, potere e conflitto. Una volta chiarito che la libertà non è una proprietà uniforme del soggetto astratto, ma una capacità situata e posizionalmente mediata, diventa possibile chiedersi in quali forme essa possa ancora tradursi in potere trasformativo e in quali, invece, si limiti a sostenere pratiche adattive o compatibili con l’ordine esistente. Su questo terreno la questione della politicità torna in primo piano. Il libro affronta qui i processi di neutralizzazione del conflitto, la riorganizzazione securitaria dello spazio pubblico, la funzione di governo assunta dalla guerra nella congiuntura contemporanea e il ruolo del diritto come infrastruttura di formalizzazione e contenimento della libertà. L’esito non consiste nell’opporre semplicemente la “vera” libertà a una sua degenerazione storica, ma nel mostrare come, all’interno delle condizioni presenti, la libertà possa sopravvivere come status e come forma proprio mentre si svuotano le condizioni collettive della sua efficacia emancipativa. L’intero itinerario converge così verso una domanda che investe il destino del concetto di libertà e, insieme, la possibilità stessa di restituire spessore politico all’esperienza sociale contemporanea. Se la libertà può oggi funzionare come linguaggio di assoluzione preventiva dell’ordine, allora il compito della critica diventa quello di sottrarla alla propria trasparenza apparente, ricostruendo le condizioni storiche, materiali e conflittuali senza le quali essa si riduce a una formula compatibile con la passivizzazione democratica. In questo senso, il volume muove da una diagnosi severa e tuttavia aperta: mostra come la libertà venga oggi mobilitata per neutralizzare il conflitto e, in questo stesso movimento, indica perché proprio da tale analisi possa riaprirsi lo spazio per ripensarla come capacità di mettere in questione l’esistente, terreno ancora decisivo di lotta democratica.

Contro l’alibi della libertà. Riaffermare democrazia e conflitto

de Nardis, Fabio
2026-01-01

Abstract

La decisione di scrivere questo breve saggio nasce in un tempo quasi sospeso, in cui la libertà è continuamente celebrata e proprio per questo sempre meno interrogata. Un tempo in cui le democrazie occidentali, per decenni autorappresentatesi come la culla delle libertà costituzionali, vivono un progressivo restringimento degli spazi di conflitto e una normalizzazione dei dispositivi repressivi che intervengono selettivamente sulle forme del dissenso organizzato. Non si tratta soltanto di derive apertamente autoritarie, ma di un processo più sottile. In nome della sicurezza, dell’emergenza, della stabilità economica o della tutela dell’ordine pubblico, il diritto di protesta viene progressivamente limitato; la partecipazione collettiva regolata, filtrata, condizionata; la conflittualità sociale ricondotta entro confini sempre più angusti di accettabilità. Leggi sempre più repressive approvate da diversi Stati europei rappresentano un passaggio emblematico di questa tendenza, intervenendo sulla libertà di manifestazione, sull’inasprimento delle sanzioni e sulla criminalizzazione di pratiche di protesta che, in altri momenti storici, avrebbero costituito espressioni ordinarie della dialettica democratica. Parallelamente, paesi come gli Stati Uniti – a lungo investiti di una funzione simbolica di presidio delle libertà formali – hanno mostrato una crescente disponibilità ad affidarsi a leadership che, con sorprendente disinvoltura, relativizzano o deridono apertamente conquiste e valori democratici consolidati. Il linguaggio dell’eccezione, della forza, dell’uomo o della donna soli al comando non appare più come un’anomalia marginale, ma come una componente strutturale della competizione politica contemporanea. Le operazioni di tipo paramilitare condotte nel gennaio 2026 dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), sotto l’amministrazione di Donald Trump, nello Stato del Minnesota, costituiscono un segnale particolarmente evidente del progressivo logoramento degli istituti fondamentali dello Stato di diritto nelle democrazie occidentali. A ciò si aggiunge una dimensione geopolitica che incide direttamente sull’immaginario democratico. L’aumento degli interventi militari unilaterali sono un ulteriore sintomo di un graduale indebolimento degli istituti fondamentali del diritto internazionale e della cooperazione tra gli Stati. L’indifferenza, o la cauta ambiguità, di molti governi occidentali di fronte alla distruzione sistematica della vita civile in Palestina merita di essere nominata. Così come merita di essere nominata la strumentalizzazione dell’accusa di antisemitismo per delegittimare la critica verso politiche di occupazione militare e delle forme contemporanee di “colonialismo da insediamento” (Wolfe 1999). La libertà viene anche qui evocata come valore da difendere contro un nemico esterno, mentre si contraggono le possibilità di critica interna. Sembra dunque prevalere una logica che potremmo sintetizzare con una formula tristemente nota: “non disturbare il conducente”. Il conflitto è tollerato finché non interferisce con la traiettoria dell’ordine esistente; la critica è ammessa purché non diventi organizzazione; il dissenso è legittimo finché non si traduce in pratica trasformativa. Si tratta di una logica tipica dei regimi populisti e autoritari, ma che oggi opera spesso dall’interno delle stesse architetture democratiche e, paradossalmente, nel loro nome. Scrivere sulla libertà, oggigiorno, significa confrontarsi con una parola apparentemente inattaccabile. Essa non è soltanto un valore, ma un presupposto; è il fondamento indiscusso dell’ordine democratico, il criterio attraverso cui si legittimano decisioni politiche, riforme istituzionali, politiche economiche e persino conflitti armati. Ci si mobilita in suo nome; si restringono diritti richiamandola; si dichiarano guerre in sua difesa. La libertà, in epoca postdemocratica, è diventata la lingua franca della legittimazione del potere. Nell’ambito di questa ipertrofia discorsiva qualcosa si è però incrinato. Non si tratta banalmente del fatto che la libertà venga tradita o ipocritamente evocata. Il punto è più radicale: essa sembra aver cambiato funzione. Non è più, o non è più necessariamente, il linguaggio attraverso cui si mettono in questione i rapporti di dominio, ma tende piuttosto a operare come principio di giustificazione dell’esistente. Sopravvive come status giuridico, come cornice procedurale, come diritto formale, ma si separa progressivamente dalle condizioni materiali e collettive che rendono possibile la sua traduzione in emancipazione. Lo scarto tra ideale proclamato ed esperienza vissuta costituisce il terreno problematico in cui questo saggio è stato concepito. Quando le parole che sto digitando saranno pubblicate, la congiuntura sarà probabilmente mutata nei suoi dettagli, ma non – è lecito temerlo – nella sua sostanza. L’ordine neoliberale, oggi rideclinato in chiave neo-autoritaria, ha mostrato una straordinaria capacità di adattamento alle crisi che esso stesso contribuisce a innescare: crisi finanziarie, pandemiche, climatiche, geopolitiche. Ogni crisi produce restrizioni, riorganizzazioni, nuovi dispositivi di controllo, ma raramente mette in discussione la centralità della libertà come principio retorico. Al contrario, essa ne esce spesso rafforzata come parola d’ordine simbolica, almeno quanto negata nella pratica sociale. In questo scenario generale ho avvertito la necessità di una analisi critica che non sia diretta verso la libertà in quanto tale – conquista storica irrinunciabile e presidio fondamentale contro l’arbitrio del potere – ma piuttosto verso la sua trasformazione in “alibi”, inteso come dispositivo operativo, capace di rendere accettabili disuguaglianze crescenti, precarietà strutturali, responsabilità individualizzate e persino torsioni autoritarie, purché formalmente inscritte entro un linguaggio di diritti e di scelta. Interrogare la libertà significa sottrarre la democrazia alla sua riduzione procedurale e difenderla dalla sua stessa retorica. Se la libertà può essere invocata per giustificare la compressione del dissenso, la marginalizzazione del conflitto e l’indifferenza verso l’annientamento di intere popolazioni, allora diventa necessario riportarla sul terreno delle condizioni sociali e materiali che la rendono effettiva e non puramente formale. Solo sospendendo la funzione assolutoria della libertà diventa possibile ripensarla come capacità storicamente situata, inseparabile dal conflitto e dalle pratiche di trasformazione. L’idea che mi anima è quella di proporre un breve testo per la comunità degli studiosi critici, ma che non si collochi esclusivamente entro il perimetro ristretto del dibattito specialistico, affrontando tematiche tra l’altro non nuove e ampiamente discusse in ambito intellettuale e accademico. Per la sua natura posizionata, pur cercando di mantenere un linguaggio rigoroso e una prospettiva teorica esplicita, esso si rivolge anzitutto a quelle cittadine e a quei cittadini che, in contesti segnati dalla chiusura degli spazi democratici, dalla repressione del dissenso e dalla naturalizzazione delle disuguaglianze, continuano a ritenere possibile lottare per un orizzonte autenticamente libero; una prospettiva, dunque, che non coincida con la protezione astratta e declamata delle libertà formali, né con l’adattamento individuale a condizioni date, ma si fondi piuttosto sui valori sostanziali della democrazia, della giustizia, dell’eguaglianza e dell’autodeterminazione dei popoli. Rivolgersi a questi soggetti significa riconoscere che la riflessione critica sulla libertà, lungi dall’essere un esercizio ornamentale, è in realtà una pratica intellettuale che incrocia l’esperienza vissuta, misurandosi con la distanza tra promessa democratica e realtà sociale. L’obiettivo è dunque ambizioso: rendere visibili i meccanismi attraverso cui la libertà viene mobilitata come alibi; mostrare come tale configurazione disinneschi il conflitto e indebolisca le capacità collettive di trasformazione; restituire intelligibilità a esperienze di frustrazione, rabbia e sofferenza che troppo spesso vengono privatizzate o patologizzate. Se la sociologia conserva un compito pubblico, esso passa anche da qui; dal restituire storicità e politicità a concetti, come la libertà stessa, che l’ordine dominante tende a naturalizzare e depoliticizzare. A partire da questa diagnosi, il volume si sviluppa secondo una traiettoria analitica progressiva, costruita in modo da accompagnare il lettore dal chiarimento teorico del problema fino alle sue implicazioni più propriamente politiche. L’itinerario non procede per accumulo di temi contigui, né per giustapposizione di capitoli autonomi, ma secondo una logica cumulativa: ciascun passaggio prepara il successivo, precisa il lessico dell’argomentazione e contribuisce a spostare l’analisi dalla critica della libertà come categoria astratta alla comprensione delle forme storiche attraverso cui essa viene oggi riorganizzata, governata e neutralizzata. In apertura, il libro esplicita la prospettiva posizionale che ne orienta l’intero impianto. Non si tratta di una premessa ornamentale né di una dichiarazione metodologica separata dal resto del discorso, ma della chiave attraverso cui vengono lette tanto le metamorfosi della libertà quanto le condizioni differenziali del suo esercizio. Assumere la libertà come capacità socialmente mediata, storicamente prodotta e disegualmente distribuita consente infatti di sottrarsi sia alle letture puramente normativistiche sia a quelle riduzionistiche, ricostruendo il nesso tra struttura, storia e soggettività che il lessico liberale tende abitualmente a dissolvere. La prospettiva della positional sociology non resta quindi sullo sfondo, ma organizza dall’interno tutto il percorso del libro, rendendo intelligibile il passaggio dalla libertà come promessa emancipativa alla libertà come alibi dell’ordine esistente. La prima parte si concentra dunque sulla diagnosi teorico-critica del problema. Qui l’obiettivo è chiarire come la libertà sia divenuta, nelle postdemocrazie contemporanee, una categoria capace di legittimare l’esistente proprio mentre sembra continuare a parlare il linguaggio dell’autonomia, dei diritti e della scelta. Per fare questo, il volume torna innanzitutto sulla genesi moderna del concetto, ricostruendone alcuni passaggi decisivi e mostrando come la libertà sia stata progressivamente separata dalle condizioni sociali e conflittuali che ne avevano storicamente alimentato la densità politica. Su questa base diventa possibile mettere a fuoco uno snodo essenziale: il disaccoppiamento tra libertà ed emancipazione. È lì che la libertà, pur continuando a occupare il centro della scena discorsiva, cessa di funzionare come vettore di trasformazione e tende a riconfigurarsi come principio compatibile con la stabilizzazione del dominio. La seconda parte del libro sposta l’attenzione dai fondamenti teorici ai dispositivi sociali attraverso cui questa riconfigurazione si rende operativa. Se la prima parte chiarisce che cosa la libertà è diventata, la seconda mostra in che modo essa venga oggi mobilitata come tecnologia di governo. L’argomentazione si concentra qui sui meccanismi di responsabilizzazione, individualizzazione, moralizzazione e selezione che consentono alla libertà di non agire più come apertura di possibilità conflittuali, ma piuttosto come criterio di adattamento all’ordine. In questo segmento la nostra critica assume una tonalità più marcatamente sociologica: la libertà viene osservata nei suoi effetti concreti sulle condotte, sulle aspettative, sulle forme della sofferenza sociale, sui processi di interiorizzazione del vincolo e sulla legittimazione delle disuguaglianze. L’intento è di mostrare come la sua configurazione contemporanea funzioni in modo selettivo e differenziale, traducendo le asimmetrie strutturali in differenze di capacità, di merito, di resilienza e di attitudine. La terza parte porta infine a compimento il movimento complessivo dell’analisi, interrogando il rapporto tra libertà, potere e conflitto. Una volta chiarito che la libertà non è una proprietà uniforme del soggetto astratto, ma una capacità situata e posizionalmente mediata, diventa possibile chiedersi in quali forme essa possa ancora tradursi in potere trasformativo e in quali, invece, si limiti a sostenere pratiche adattive o compatibili con l’ordine esistente. Su questo terreno la questione della politicità torna in primo piano. Il libro affronta qui i processi di neutralizzazione del conflitto, la riorganizzazione securitaria dello spazio pubblico, la funzione di governo assunta dalla guerra nella congiuntura contemporanea e il ruolo del diritto come infrastruttura di formalizzazione e contenimento della libertà. L’esito non consiste nell’opporre semplicemente la “vera” libertà a una sua degenerazione storica, ma nel mostrare come, all’interno delle condizioni presenti, la libertà possa sopravvivere come status e come forma proprio mentre si svuotano le condizioni collettive della sua efficacia emancipativa. L’intero itinerario converge così verso una domanda che investe il destino del concetto di libertà e, insieme, la possibilità stessa di restituire spessore politico all’esperienza sociale contemporanea. Se la libertà può oggi funzionare come linguaggio di assoluzione preventiva dell’ordine, allora il compito della critica diventa quello di sottrarla alla propria trasparenza apparente, ricostruendo le condizioni storiche, materiali e conflittuali senza le quali essa si riduce a una formula compatibile con la passivizzazione democratica. In questo senso, il volume muove da una diagnosi severa e tuttavia aperta: mostra come la libertà venga oggi mobilitata per neutralizzare il conflitto e, in questo stesso movimento, indica perché proprio da tale analisi possa riaprirsi lo spazio per ripensarla come capacità di mettere in questione l’esistente, terreno ancora decisivo di lotta democratica.
2026
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