Seguendo la narrazione di N.A. 13.12 si analizza un celebre apologo tramandato da Ateio Capitone, concernente il rifiuto del giurista Labeone di obbedire a un ordine di comparizione disposto da alcuni tribuni della plebe. L’indagine si concentra sulle fonti consultate da Gellio e su alcuni stilemi ricorrenti nelle Notti attiche. Segnatamente, si sviluppa l’ipotesi che l’espressione «scriptum legimus», presente nel capitolo in esame, riveli una stratificazione di fonti dirette e indirette e, più in particolare, attesti che Gellio non abbia consultato la testimonianza di Capitone. Sotto altro profilo, l’episodio narrato da Capitone viene contestualizzato nel dibattito sui poteri magistratuali e sulla distinzione tra vocatio e prensio, anche attraverso il confronto con la trattazione dell’argomento da parte di Varrone nelle Res humanae. La critica espressa nelle Notti attiche verso la posizione di Labeone e, specificamente, rispetto alla vana fiducia che il giurista riponeva nelle sue competenze, riflette la formazione culturale di Gellio, rivelando una certa influenza dello scetticismo di Favorino. In questo senso si riconosce un netto contrasto tra la fiera resistenza di Labeone, sorretta dall’affidamento alle logiche del diritto anche di fronte agli abusi del potere pubblico, e la propensione gelliana alla sospensione del giudizio (l’ἐποχή) ereditata dalla tradizione accademica.
Il giurista e il tribuno. Labeone tra diritto e potere
Raffaele D'Alessio
2026-01-01
Abstract
Seguendo la narrazione di N.A. 13.12 si analizza un celebre apologo tramandato da Ateio Capitone, concernente il rifiuto del giurista Labeone di obbedire a un ordine di comparizione disposto da alcuni tribuni della plebe. L’indagine si concentra sulle fonti consultate da Gellio e su alcuni stilemi ricorrenti nelle Notti attiche. Segnatamente, si sviluppa l’ipotesi che l’espressione «scriptum legimus», presente nel capitolo in esame, riveli una stratificazione di fonti dirette e indirette e, più in particolare, attesti che Gellio non abbia consultato la testimonianza di Capitone. Sotto altro profilo, l’episodio narrato da Capitone viene contestualizzato nel dibattito sui poteri magistratuali e sulla distinzione tra vocatio e prensio, anche attraverso il confronto con la trattazione dell’argomento da parte di Varrone nelle Res humanae. La critica espressa nelle Notti attiche verso la posizione di Labeone e, specificamente, rispetto alla vana fiducia che il giurista riponeva nelle sue competenze, riflette la formazione culturale di Gellio, rivelando una certa influenza dello scetticismo di Favorino. In questo senso si riconosce un netto contrasto tra la fiera resistenza di Labeone, sorretta dall’affidamento alle logiche del diritto anche di fronte agli abusi del potere pubblico, e la propensione gelliana alla sospensione del giudizio (l’ἐποχή) ereditata dalla tradizione accademica.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


