Il saggio indaga sul ruolo rivestito dalle bande civiche nel veicolare il messaggio risorgimentale presso i ceti più umili del Mezzogiorno d’Italia, con specifico riferimento all’area dell’antica provincia di Terra d’Otranto (corrispondente alle attuali province di Brindisi, Lecce e Taranto) e in un periodo compreso orientativamente tra gli anni ’20 dell’Ottocento e l’Unità. Si tratta di una prospettiva di analisi che richiama una serie di riflessioni sui meccanismi concreti attraverso i quali avvenne la politicizzazione dell’Italia meridionale, anche alla luce del più recente dibattito sulle origini delle nazioni contemporanee e sui diversi strumenti attraverso i quali la moderna idea di nazione penetrò tra il centro e la periferia. Acquistano così rilevanza una serie di canali d’ingresso “alternativi” alla vita politica, che contribuirono a rendere il Risorgimento, da fenomeno elitario, un percorso di “massa”, e lo studio delle bande cittadine risulta, in tal senso, particolarmente interessante. Non solo perché esso aiuta a ricostruire, secondo le più accreditate e consolidate acquisizioni storiografiche, come la musica incise nella maturazione di un sentimento di identità nazionale e di una «nuova religione civile», ma anche, e soprattutto, perché permette di far luce sul rapporto tra le componenti popolari – in primis piccoli artigiani e minuti commercianti – con la causa nazionale, su cui gli elementi di conoscenza risultano piuttosto scarsi. Si tratta, in effetti, di gruppi sociali di cui è ormai indubitabile la partecipazione alla causa risorgimentale, ma dei cui orientamenti, anche a causa del loro analfabetismo e delle poche tracce lasciate, è difficile avere notizia. Rispetto al caso di Terra d’Otranto, in particolare, queste componenti sociali rappresentano, pur all’interno di un contesto fortemente segnato dall’incidenza delle attività agricole, una parte consistente dell’articolazione socio-professionale. Per loro, inoltre, le bande cittadine costituirono importantissimi canali di inserimento nel discorso risorgimentale, grazie alla larga presenza di maestri di musica e musicofili di fede mazziniana, tra i quali, per esempio, Beniamino Rossi, che contribuirono in diverse occasioni – festività religiose, eventi pubblici, ecc. – alla spettacolarizzazione del messaggio patriottico. D’altra parte, le bande civiche ereditavano dalla rivoluzione giacobina una tradizione musicale popolare e fortemente antielitaria e la musica rappresentava, soprattutto in un’area come quella salentina con un tasso molto alto di analfabetismo, un potente fattore di diffusione dell’impeto patriottico, anche perché «l’apprendimento dell’idioma musicale perché inteso come mezzo di ulteriore specializzazione professionale, poteva precedere anche una minima conoscenza delle lettere». Sicché, attorno alle bande musicali, si venne a creare, a partire dai primi dell’Ottocento e poi nel corso dei decenni successivi, «un fenomeno politicamente sonoro e sonoramente politico» che teneva insieme classi diverse, in una sorta di alleanza tra il ceto degli artigiani e la parte più illuminata e/o filocarbonara dell’aristocrazia, della borghesia e del clero, che spesso promosse o finanziò le bande stesse. Proprio per questo motivo non pochi furono gli episodi che, in tutta la provincia, videro intervenire bande e artieri-musicanti a sostegno di carbonari o capi rivoluzionari. Sulla base di tutto questo, il contributo si sofferma su una serie di artieri-bandisti protagonisti della penetrazione del messaggio risorgimentale, sulle figure e i principali circoli patriottici che la ispirarono e sui contenuti politici delle colonne sonore in questione. Le fonti utilizzate comprendono prevalentemente una serie di scritti coevi e di processi giudiziari, che vengono letti anche attraverso il ricorso all’histoire croisée

I canali della politicizzazione del Mezzogiorno d’Italia. Bande civiche e messaggio risorgimentale in Terra d’Otranto tra gli anni Venti e l’Unità

Elisabetta Caroppo
2018

Abstract

Il saggio indaga sul ruolo rivestito dalle bande civiche nel veicolare il messaggio risorgimentale presso i ceti più umili del Mezzogiorno d’Italia, con specifico riferimento all’area dell’antica provincia di Terra d’Otranto (corrispondente alle attuali province di Brindisi, Lecce e Taranto) e in un periodo compreso orientativamente tra gli anni ’20 dell’Ottocento e l’Unità. Si tratta di una prospettiva di analisi che richiama una serie di riflessioni sui meccanismi concreti attraverso i quali avvenne la politicizzazione dell’Italia meridionale, anche alla luce del più recente dibattito sulle origini delle nazioni contemporanee e sui diversi strumenti attraverso i quali la moderna idea di nazione penetrò tra il centro e la periferia. Acquistano così rilevanza una serie di canali d’ingresso “alternativi” alla vita politica, che contribuirono a rendere il Risorgimento, da fenomeno elitario, un percorso di “massa”, e lo studio delle bande cittadine risulta, in tal senso, particolarmente interessante. Non solo perché esso aiuta a ricostruire, secondo le più accreditate e consolidate acquisizioni storiografiche, come la musica incise nella maturazione di un sentimento di identità nazionale e di una «nuova religione civile», ma anche, e soprattutto, perché permette di far luce sul rapporto tra le componenti popolari – in primis piccoli artigiani e minuti commercianti – con la causa nazionale, su cui gli elementi di conoscenza risultano piuttosto scarsi. Si tratta, in effetti, di gruppi sociali di cui è ormai indubitabile la partecipazione alla causa risorgimentale, ma dei cui orientamenti, anche a causa del loro analfabetismo e delle poche tracce lasciate, è difficile avere notizia. Rispetto al caso di Terra d’Otranto, in particolare, queste componenti sociali rappresentano, pur all’interno di un contesto fortemente segnato dall’incidenza delle attività agricole, una parte consistente dell’articolazione socio-professionale. Per loro, inoltre, le bande cittadine costituirono importantissimi canali di inserimento nel discorso risorgimentale, grazie alla larga presenza di maestri di musica e musicofili di fede mazziniana, tra i quali, per esempio, Beniamino Rossi, che contribuirono in diverse occasioni – festività religiose, eventi pubblici, ecc. – alla spettacolarizzazione del messaggio patriottico. D’altra parte, le bande civiche ereditavano dalla rivoluzione giacobina una tradizione musicale popolare e fortemente antielitaria e la musica rappresentava, soprattutto in un’area come quella salentina con un tasso molto alto di analfabetismo, un potente fattore di diffusione dell’impeto patriottico, anche perché «l’apprendimento dell’idioma musicale perché inteso come mezzo di ulteriore specializzazione professionale, poteva precedere anche una minima conoscenza delle lettere». Sicché, attorno alle bande musicali, si venne a creare, a partire dai primi dell’Ottocento e poi nel corso dei decenni successivi, «un fenomeno politicamente sonoro e sonoramente politico» che teneva insieme classi diverse, in una sorta di alleanza tra il ceto degli artigiani e la parte più illuminata e/o filocarbonara dell’aristocrazia, della borghesia e del clero, che spesso promosse o finanziò le bande stesse. Proprio per questo motivo non pochi furono gli episodi che, in tutta la provincia, videro intervenire bande e artieri-musicanti a sostegno di carbonari o capi rivoluzionari. Sulla base di tutto questo, il contributo si sofferma su una serie di artieri-bandisti protagonisti della penetrazione del messaggio risorgimentale, sulle figure e i principali circoli patriottici che la ispirarono e sui contenuti politici delle colonne sonore in questione. Le fonti utilizzate comprendono prevalentemente una serie di scritti coevi e di processi giudiziari, che vengono letti anche attraverso il ricorso all’histoire croisée
9788833130422
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