Queste pagine illustrano i primi risultati di una ricerca sollecitata dai quesiti che, in particolare dall’avvento della democrazia repubblicana, e tanto nel dibattito politico-istituzionale quanto nelle indagini pluridisciplinari su istituzioni, vita civile e territori del nostro Paese, solleva tuttora la questione del rapporto autonomie locali-federalismo-regionalizzazione/regionalismo. Le contraddizioni oggi rinvenibili nelle relazioni fra tutti gli elementi costitutivi della Repubblica, dai Comuni allo Stato, e l’aumento della conflittualità Stato-Regione, dovuto a un quadro normativo-costituzionale che si è evoluto sulla base di principi spesso contrastanti, attirano quasi esclusivamente l’interesse di giuristi, costituzionalisti, ecc. Su queste tematiche, particolarmente attuali e spinose, la ricerca storica può avere un ruolo importante per la messa a punto di strumenti metodologici e categorie interpretative, e soprattutto per fare chiarezza sui processi innescati dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario nei «fatidici anni ’70». In queste pagine, la prospettiva d’analisi s’innesta sulla logica e sul metodo dello “studio di caso”, dal basso: un’ottica evidentemente parziale, ma che privilegia la dimensione territoriale dei fenomeni proprio in funzione di una migliore comprensione di quelli di scala più ampia. Saranno affrontate alcune problematiche concernenti il rapporto sviluppo/autonomie locali partendo dal caso dell’amministrazione della provincia di Brindisi, in Puglia, nella seconda metà del ’900. In poche parole, si formuleranno interrogativi, ipotesi interpretative che trovano fondamento nella verifica empirica del ruolo che l’amministrazione provinciale brindisina ha svolto per il progresso del contesto sociale ed economico in cui ha operato in un periodo, tra il 1970 e il 1990, che in questo senso si rivela cruciale. Cruciale perché in quest’arco di tempo a Brindisi, come nel resto d’Italia, si combinano insieme: l’istituzione delle regioni, che implica novità importanti nella funzione istituzionale e nelle originarie prerogative dell’ente provinciale; la riforma organica del sistema tributario, che interviene anche sul sistema fiscale provinciale e comunale riducendo fortemente l’area di applicazione dei tributi propri degli enti locali; infine, la profonda riconsiderazione della politica statale d’intervento nel Mezzogiorno, fino alla riforma del 1986 che, tra le altre cose, introducendo il principio del «pluralismo d’iniziativa» (accanto a quello mai abbandonato dell’«addizionalità dell’intervento statale») restituisce agli enti territoriali, a relativo scapito delle regioni, margini importanti di finanziamento e quindi d’intervento (con i piani triennali di sviluppo o quelli annuali d’attuazione). Il terminus ad quem è la legge sulle autonomie locali del giugno 1990, perché essa segna l’inizio, in una realtà nazionale e in un contesto internazionale profondamente mutati, di un’altra storia, con l’avvio del lungo iter legislativo che, caratterizzato dalle profonde modifiche in senso federalista apportate all’ordinamento statuale del Paese e accelerate a fine anni ’90 dall’esplosione del cosiddetto big bang normativo, giunge fino alle recenti proposte di riforma degli enti locali e di codice delle autonomie. Sullo sfondo delle tematiche e dei contesti storico-geografico e socio-economico qui analizzati si potranno intravedere, inoltre, gli apporti e le suggestioni dell’attuale dibattito sull’individuazione all’interno di ciascuna delle cosiddette «tre Italie» di ulteriori specifici percorsi di sviluppo economico (si pensi al modello NEC, Nord-Est-Centro, che va dal Triveneto alle Marche) e sulla successiva constatazione di un progressivo estendersi della tipologia della microimpresa verso sud, lungo la fascia orientale della Penisola, fino all’ipotesi di una via adriatica dello sviluppo, che sarebbe andata espandendosi negli ultimi decenni dal Triveneto fino a Bari e più giù, nell’area salentina.

Autonomie locali e sviluppo tra regionalizzazione e riforme delle funzioni amministrative. Il caso della provincia di Brindisi (1970-1990)

Michele Romano
2017

Abstract

Queste pagine illustrano i primi risultati di una ricerca sollecitata dai quesiti che, in particolare dall’avvento della democrazia repubblicana, e tanto nel dibattito politico-istituzionale quanto nelle indagini pluridisciplinari su istituzioni, vita civile e territori del nostro Paese, solleva tuttora la questione del rapporto autonomie locali-federalismo-regionalizzazione/regionalismo. Le contraddizioni oggi rinvenibili nelle relazioni fra tutti gli elementi costitutivi della Repubblica, dai Comuni allo Stato, e l’aumento della conflittualità Stato-Regione, dovuto a un quadro normativo-costituzionale che si è evoluto sulla base di principi spesso contrastanti, attirano quasi esclusivamente l’interesse di giuristi, costituzionalisti, ecc. Su queste tematiche, particolarmente attuali e spinose, la ricerca storica può avere un ruolo importante per la messa a punto di strumenti metodologici e categorie interpretative, e soprattutto per fare chiarezza sui processi innescati dall’istituzione delle regioni a statuto ordinario nei «fatidici anni ’70». In queste pagine, la prospettiva d’analisi s’innesta sulla logica e sul metodo dello “studio di caso”, dal basso: un’ottica evidentemente parziale, ma che privilegia la dimensione territoriale dei fenomeni proprio in funzione di una migliore comprensione di quelli di scala più ampia. Saranno affrontate alcune problematiche concernenti il rapporto sviluppo/autonomie locali partendo dal caso dell’amministrazione della provincia di Brindisi, in Puglia, nella seconda metà del ’900. In poche parole, si formuleranno interrogativi, ipotesi interpretative che trovano fondamento nella verifica empirica del ruolo che l’amministrazione provinciale brindisina ha svolto per il progresso del contesto sociale ed economico in cui ha operato in un periodo, tra il 1970 e il 1990, che in questo senso si rivela cruciale. Cruciale perché in quest’arco di tempo a Brindisi, come nel resto d’Italia, si combinano insieme: l’istituzione delle regioni, che implica novità importanti nella funzione istituzionale e nelle originarie prerogative dell’ente provinciale; la riforma organica del sistema tributario, che interviene anche sul sistema fiscale provinciale e comunale riducendo fortemente l’area di applicazione dei tributi propri degli enti locali; infine, la profonda riconsiderazione della politica statale d’intervento nel Mezzogiorno, fino alla riforma del 1986 che, tra le altre cose, introducendo il principio del «pluralismo d’iniziativa» (accanto a quello mai abbandonato dell’«addizionalità dell’intervento statale») restituisce agli enti territoriali, a relativo scapito delle regioni, margini importanti di finanziamento e quindi d’intervento (con i piani triennali di sviluppo o quelli annuali d’attuazione). Il terminus ad quem è la legge sulle autonomie locali del giugno 1990, perché essa segna l’inizio, in una realtà nazionale e in un contesto internazionale profondamente mutati, di un’altra storia, con l’avvio del lungo iter legislativo che, caratterizzato dalle profonde modifiche in senso federalista apportate all’ordinamento statuale del Paese e accelerate a fine anni ’90 dall’esplosione del cosiddetto big bang normativo, giunge fino alle recenti proposte di riforma degli enti locali e di codice delle autonomie. Sullo sfondo delle tematiche e dei contesti storico-geografico e socio-economico qui analizzati si potranno intravedere, inoltre, gli apporti e le suggestioni dell’attuale dibattito sull’individuazione all’interno di ciascuna delle cosiddette «tre Italie» di ulteriori specifici percorsi di sviluppo economico (si pensi al modello NEC, Nord-Est-Centro, che va dal Triveneto alle Marche) e sulla successiva constatazione di un progressivo estendersi della tipologia della microimpresa verso sud, lungo la fascia orientale della Penisola, fino all’ipotesi di una via adriatica dello sviluppo, che sarebbe andata espandendosi negli ultimi decenni dal Triveneto fino a Bari e più giù, nell’area salentina.
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