Nell’evoluzione di culture strettamente rurali sono di grande interesse alcuni mutamenti, etnografici e linguistici, che hanno portato ad una nuova visione di certi riti locali e, strettamente collegate a questo passaggio, a ricollocazioni semantico-lessicali in italiano e nei dialetti. Nascono in questo modo nuove identità socio-culturali e sociolinguistiche, veicolate soprattutto dai gruppi giovanili, che non cancellano, ma rivisitano gli spazi tradizionali, li modificano, li propagano nelle nuove forme. Gli zoonimi “ragno” e “tarantola”, nell’Italia meridionale, rimandano ad un campo linguistico magico-religioso particolare, quello degli aracnidi, investito negli ultimi anni da nuove interpretazioni con nuovi usi linguistici. Il fenomeno considerato è quello del tarantismo, fenomeno popolare del Salento attribuito al morso della tarantola che, secondo la credenza locale, provocava una serie di movimenti, una crisi che trovava la sua manifestazione principale nei festeggiamenti in onore di S. Paolo, a Galatina (in provincia di Lecce). Secondo De Martino il tarantismo era un dispositivo simbolico mediante il quale un contenuto psichico conflittuale veniva evocato e configurato sul piano mitico-rituale. Al centro di questi riti vi era la taranta. Molti zoonimi testimoniano l’ancestrale convinzione di una natura animata e misteriosa da dominare e ingraziarsi con pratiche magiche, l’evocazione del nome serviva ad evocare l’entità benigna o maligna che esso indicava. Sul nome si costruivano preghiere, invocazioni, canti che si ripetevano in rituali, spesso stagionali, di vario genere, per propiziarsi dèmoni, divinità, malattie e animali dannosi o pericolosi. Un ruolo importante, nel contesto magico-simbolico dell’Italia meridionale, è stato svolto dalla tarantola, taranta nel dialetto salentino, che è stata la protagonista del tarantismo, un rito diffuso anche in molte altre aree del mondo. Il tarantismo salentino presenta degli aspetti interessanti per l’evoluzione che ha portato ad una rivisitazione del lessico, a innovazioni importanti, quali la specializzazione di taranta. La voce taranta, che nel dialetto salentino indicava il “ragno”, si è specializzata nel significato di taranta, responsabile del tarantismo, poi di taranta come marchio culturale, come simbolo dell’aggregazione socio-generazionale intorno alla pizzica. L’area salentina non è più la terra del tarantismo, del ri-morso demartiniano, inteso come reiterazione periodica della crisi del tarantismo, ma è la terra della taranta, che sostituisce, senza riannodare i fili della memoria, la pizzica, ballo del tarantismo, con la pizzica de core, o, più genericamente, con la tarantella. La lingua asseconda e rafforza il cambiamento, come mostrano i riassestamenti del lessico e le categorie concettuali con cui si indica il tarantismo stesso. I produttori e i fruitori di questa rivisitazione non sono più le classi socialmente svantaggiate, ma le classi giovanili. La lingua, ancora una volta, codifica e trasmette, in modo significativo, i cambiamenti culturali di un’area.

Cultura letteraria e tradizioni linguistiche in Puglia. Fra ragni e tarantole. Identità e lingue nuove.

TEMPESTA, Immacolata;
2013-01-01

Abstract

Nell’evoluzione di culture strettamente rurali sono di grande interesse alcuni mutamenti, etnografici e linguistici, che hanno portato ad una nuova visione di certi riti locali e, strettamente collegate a questo passaggio, a ricollocazioni semantico-lessicali in italiano e nei dialetti. Nascono in questo modo nuove identità socio-culturali e sociolinguistiche, veicolate soprattutto dai gruppi giovanili, che non cancellano, ma rivisitano gli spazi tradizionali, li modificano, li propagano nelle nuove forme. Gli zoonimi “ragno” e “tarantola”, nell’Italia meridionale, rimandano ad un campo linguistico magico-religioso particolare, quello degli aracnidi, investito negli ultimi anni da nuove interpretazioni con nuovi usi linguistici. Il fenomeno considerato è quello del tarantismo, fenomeno popolare del Salento attribuito al morso della tarantola che, secondo la credenza locale, provocava una serie di movimenti, una crisi che trovava la sua manifestazione principale nei festeggiamenti in onore di S. Paolo, a Galatina (in provincia di Lecce). Secondo De Martino il tarantismo era un dispositivo simbolico mediante il quale un contenuto psichico conflittuale veniva evocato e configurato sul piano mitico-rituale. Al centro di questi riti vi era la taranta. Molti zoonimi testimoniano l’ancestrale convinzione di una natura animata e misteriosa da dominare e ingraziarsi con pratiche magiche, l’evocazione del nome serviva ad evocare l’entità benigna o maligna che esso indicava. Sul nome si costruivano preghiere, invocazioni, canti che si ripetevano in rituali, spesso stagionali, di vario genere, per propiziarsi dèmoni, divinità, malattie e animali dannosi o pericolosi. Un ruolo importante, nel contesto magico-simbolico dell’Italia meridionale, è stato svolto dalla tarantola, taranta nel dialetto salentino, che è stata la protagonista del tarantismo, un rito diffuso anche in molte altre aree del mondo. Il tarantismo salentino presenta degli aspetti interessanti per l’evoluzione che ha portato ad una rivisitazione del lessico, a innovazioni importanti, quali la specializzazione di taranta. La voce taranta, che nel dialetto salentino indicava il “ragno”, si è specializzata nel significato di taranta, responsabile del tarantismo, poi di taranta come marchio culturale, come simbolo dell’aggregazione socio-generazionale intorno alla pizzica. L’area salentina non è più la terra del tarantismo, del ri-morso demartiniano, inteso come reiterazione periodica della crisi del tarantismo, ma è la terra della taranta, che sostituisce, senza riannodare i fili della memoria, la pizzica, ballo del tarantismo, con la pizzica de core, o, più genericamente, con la tarantella. La lingua asseconda e rafforza il cambiamento, come mostrano i riassestamenti del lessico e le categorie concettuali con cui si indica il tarantismo stesso. I produttori e i fruitori di questa rivisitazione non sono più le classi socialmente svantaggiate, ma le classi giovanili. La lingua, ancora una volta, codifica e trasmette, in modo significativo, i cambiamenti culturali di un’area.
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