Questo articolo tratteggia prevalentemente le storie di due famiglie d’alto lignaggio, discendenti dalla grande nobiltà aggregata ai seggi napoletani, dalla fase di transizione dallo stato borbonico a quello unitario fino agli anni '80 dell'800. Si tratta dei Caracciolo de' Sangro duchi di Martina e dei Dentice principi di Frasso e di San Vito dei Normani, ex signorie feudali da tempo radicate nel Salento e da sempre impegnate in ruoli significativi nelle istituzioni militari, diplomatiche, ecclesiastiche e politiche sotto le varie dinastie regnanti. Nel corso dell’800, e fino a metà del '900, esse riescono a conservare prestigio, identità, ricchezze, potere e rilevanza sociale nonostante gli straordinari cambiamenti generali che dall’inizio del secolo stanno travolgendo anche l’aristocrazia del Mezzogiorno, le sue gerarchie interne, la natura e la consistenza delle sue risorse economiche, la sua funzione e collocazione nella società e rispetto all'evoluzione dei contesti statali e istituzionali. Tra questi cambiamenti c’è il crollo del Regno delle due Sicilie e la nascita del nuovo stato unitario. I Caracciolo de-Sangro e i Dentice di Frasso reagiscono a questi eventi in modi praticamente opposti. Per i primi, l’incognita rappresentata dal quadro normativo del nuovo stato unitario e la fervente fedeltà ai Borboni sono i motivi che li spingono ad allontanarsi subito dall’Italia per un lungo soggiorno a Parigi, lasciando la gestione del grande patrimonio fondiario ad amministratori spiati e controllati da una oliata rete di connivenze e dipendenze. I secondi, invece, meno ricchi della famiglia ducale martinese ma più attivi politicamente, meno coesi sul piano del lealismo borbonico, più sensibili al fascino delle idee liberali e sostenuti da una rete di solide e importanti alleanze parentali e amicali (da Cavour agli Asburgo d'Austria) si adattano immediatamente al cambiamento, probabilmente favoriti dai Savoia e dai governi liberali che puntano alle relazioni internazionali dei Dentice in un momento difficile per il nuovo stato unitario, cresciuto in fretta e tanto da destare preoccupazioni per gli equilibri continentali. Le storie così diverse di queste due famiglie s'inseriscono nel solco della recente produzione storiografica sul Mezzogiorno, che, alla luce di indagini empiriche e dettagliate, sta rivedendo le categorie interpretative e le formule riassuntive della letteratura meridionalistica tradizionale, cercando, tra l’altro, di compensare i vuoti lasciati dalla «rimozione» operata dalla storiografia contemporaneistica nei confronti della nobiltà, conseguenza, come ha sostenuto Giovanni Montroni, della perdurante «retorica risorgimentista e crociana che vuole le forze legate al sistema economico feudale distrutte dalle sinergie economiche e sociali messe in moto dal processo di unificazione nazionale»; sicché, la nobiltà è apparsa «scarsamente credibile anche come semplice coprotagonista della storia dell’Ottocento meridionale».

La nobiltà meridionale dai Borbone ai Savoia

ROMANO, Michele
2013-01-01

Abstract

Questo articolo tratteggia prevalentemente le storie di due famiglie d’alto lignaggio, discendenti dalla grande nobiltà aggregata ai seggi napoletani, dalla fase di transizione dallo stato borbonico a quello unitario fino agli anni '80 dell'800. Si tratta dei Caracciolo de' Sangro duchi di Martina e dei Dentice principi di Frasso e di San Vito dei Normani, ex signorie feudali da tempo radicate nel Salento e da sempre impegnate in ruoli significativi nelle istituzioni militari, diplomatiche, ecclesiastiche e politiche sotto le varie dinastie regnanti. Nel corso dell’800, e fino a metà del '900, esse riescono a conservare prestigio, identità, ricchezze, potere e rilevanza sociale nonostante gli straordinari cambiamenti generali che dall’inizio del secolo stanno travolgendo anche l’aristocrazia del Mezzogiorno, le sue gerarchie interne, la natura e la consistenza delle sue risorse economiche, la sua funzione e collocazione nella società e rispetto all'evoluzione dei contesti statali e istituzionali. Tra questi cambiamenti c’è il crollo del Regno delle due Sicilie e la nascita del nuovo stato unitario. I Caracciolo de-Sangro e i Dentice di Frasso reagiscono a questi eventi in modi praticamente opposti. Per i primi, l’incognita rappresentata dal quadro normativo del nuovo stato unitario e la fervente fedeltà ai Borboni sono i motivi che li spingono ad allontanarsi subito dall’Italia per un lungo soggiorno a Parigi, lasciando la gestione del grande patrimonio fondiario ad amministratori spiati e controllati da una oliata rete di connivenze e dipendenze. I secondi, invece, meno ricchi della famiglia ducale martinese ma più attivi politicamente, meno coesi sul piano del lealismo borbonico, più sensibili al fascino delle idee liberali e sostenuti da una rete di solide e importanti alleanze parentali e amicali (da Cavour agli Asburgo d'Austria) si adattano immediatamente al cambiamento, probabilmente favoriti dai Savoia e dai governi liberali che puntano alle relazioni internazionali dei Dentice in un momento difficile per il nuovo stato unitario, cresciuto in fretta e tanto da destare preoccupazioni per gli equilibri continentali. Le storie così diverse di queste due famiglie s'inseriscono nel solco della recente produzione storiografica sul Mezzogiorno, che, alla luce di indagini empiriche e dettagliate, sta rivedendo le categorie interpretative e le formule riassuntive della letteratura meridionalistica tradizionale, cercando, tra l’altro, di compensare i vuoti lasciati dalla «rimozione» operata dalla storiografia contemporaneistica nei confronti della nobiltà, conseguenza, come ha sostenuto Giovanni Montroni, della perdurante «retorica risorgimentista e crociana che vuole le forze legate al sistema economico feudale distrutte dalle sinergie economiche e sociali messe in moto dal processo di unificazione nazionale»; sicché, la nobiltà è apparsa «scarsamente credibile anche come semplice coprotagonista della storia dell’Ottocento meridionale».
2013
9788867280223
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